L’ansia da cambiamento

By Redazione MoVimento Avellino 5 Stelle 6 anni agoNo Comments
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In ogni mancato cambiamento, in ogni processo fallito di trasformazione, va individuata la ragione della difficoltà incontrata. Quando si sostiene di voler cambiare, spesso lo si dice con l’ipocrisia di chi sa per primo che lui non cambierà, pretendendo però che siano gli altri a doverlo fare. Oppure lo si dice convinti di poterlo fare, ma senza pensare che ogni modifica di comportamenti cui si è abituati è trasformativa, e richiede pertanto sforzo, energia, prima emotivo-psichica, poi anche intellettuale e fisica.
E gli italiani, nella loro storia, recente e non, hanno dato prova di vivere l’ansia da cambiamento appunto con paura, con angoscia. Si conservano, infatti, nella nostra lingua, tanti proverbi che testimoniano di questa avversione ideologica e pregiudiziale al cambiamento, come “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa cosa lascia, ma non sa cosa trova”.
Non sottraendosi all’ipocrisia di far credere a loro stessi che cmq si sta operando il cambiamento.
Sono stati tanti ad accreditare il regime fascista dopo il 1922, ma dopo il 1945 si faticava a trovare un fascista che ammettesse di esser stato sedotto da Mussolini, e tantissimi si scoprirono anti fascisti senza esserlo mai stati. Misteri della storia dell’ipocrisia italiana!
Già tale riflessione ci deve far capire tanto, ma al tempo stesso non ci deve spaventare, anzi.
Oggi registriamo l’affermazione di Matteo, indubbia, netta, ed un nostro consolidamento su posizioni importanti, ma che sono certo inferiori rispetto a quanto molti di noi si auguravano, si aspettavano.
Perché non si è accettato di fare uno sforzo di cambiamento, uscendo dal buio?
La mia spiegazione è che, con l’indolenza cui molti sono stati abituati negli ultimi decenni, con l’ignoranza anestetizzante causata da un sistema formativo e comunicativo finalizzato a distruggere l’intelligenza critica delle teste pensanti ed autonome che ancora circolano nel paese, si è sempre convinti che peggio di ora, peggio di così non possa andare. Ergo si preferisce il mantenimento di semplici, oggettive, condizioni di sopravvivenza economica, prescindendo da valutazioni etiche, sociali e politiche.
Quest’egoismo e corporativismo del giudizio, scoprirà, purtroppo, che al peggio non c’è mai fine, e che dopo Andreotti, Buttiglione e De Mita ci troviamo ai piedi di un loro degno discepolo: Matteo.   (Nicola Morra)

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